Incudine 2021-03-21T17:05:36+01:00

Incudine, di Davide Zambon

Se non sei tu a sabotarti, comunque lo faranno gli altri

Una volta – ai tempi del giànnominato blog – ci telefonavamo a ore strane della notte, noi blogger, e ci correggevamo errori, ci consigliavamo letture e visioni, ci aiutavamo a trascorrere i momenti culminanti delle sbronze; e soprattutto ci dicevamo che forse era il caso di smettere di guardare al nostro ombelico – di farne disamina, di raccontarlo da ogni prospettiva, di specularne con dovizia massimalista di particolari – e di cominciare a guardare invece fuori delle finestre delle nostre camerette, il mondo fuori così interessante e di certo molto più importante, eccetera. Questo, l’orizzonte del lavoro e il blocco della scrittura per gli anche-quelli-giànnominati motivi han fatto sì che la sola idea di scrivere per me mi tornasse pesante, difficile, complessa.

A ondate, il desiderio e la necessità di scrivere, comunque tornano: tornano sempre: il desiderio di scrivere libero, senza pastoie, senza vincoli, nessun cliente o rapporto di buon vicinato al quale rendere conto, qualche parolaccia invece in più, e la catena omnidirezionale di collegamenti a stendersi libera in qualunque direzione io voglia.

Alla fine, decido: mi ci vuole un blog.

È una decisione a modo suo sofferta.

Ci vogliono mesi, a giungere ad una certezza, comunque. E poi c’è da capire dove metterlo, ‘sto blog.

Opto per un sottodominio del mio sito professionale. Quindi tento di far muovere velocemente il processo di apertura, perché il desiderio di scrivere pubblicamente ancora una volta non sia azzoppato dalla noia delle questioni tecniche. Anzi diventa proprio una foia, da portare a termine quanto prima.

Così è velocissimo, almeno nelle mie intenzioni:

Apro il sottodominio al mio sito. Lancio la procedura di installazione one-click di WordPress gentilmente offerta dal mio hosting. La guardo non farsi. La rifaccio. Non succede niente. Passa un giorno. Apro un ticket all’assistenza. Aspetto. Non mi arriva la mail di apertura del ticket: figuriamoci quella di soluzione proposta. Guardo in giro per come arrangiarmi, ma non ho voglia. Consulto un amico sviluppatore, passiamo due ore un sabato pomeriggio a fare installazioni e upload, ma c’è qualcosa che non va, e WordPress non si installa dove dovrebbe, un messaggio mi dice qui non c’è nulla. Riprovo la procedura one-click, ora la segna tra le operazioni programmate. Qualche ora dopo è sparita: magari l’ha installato: no. Altro ticket. Mi arriva una risposta: ma c’è già, wordpress sul tuo hosting! Guardo: sì, hanno ragione, ma no, non ce l’hanno: è sul dominio principale, non sul sottodominio. Il sottodominio resta vuoto, desolante. Riprovo la procedura one-click. Poi vedo una notizia, e cioè che

QUESTO È IL MIO HOSTING.

Un pezzo di internet è andato a fuoco, letteralmente - Wired

Se avevano altri impegni, potevano dirlo.

Colpi di mazza mentre leggi

Mi propongono di leggere l’editoriale di una nuova rivista online. L’argomento è anche interessante: gli scrittori non si impegnano più. Perfetto. Così mi metto metaforicamente la tuta più comoda, soffondo la luce, abbasso il pentolame sbattuto della musica che sto ascoltando, metto su una caffettiera – meno metaforica, questa – così ch’io possa poi accoccolarmi sulla sedia, tazzona fumante in mano, e mettermi nella giusta disposizione d’animo. Che per me è una sfera concentrata, un respiro profondo, trattengo: leggo.

Che poi sono settecento parole, non è che sia richiesto ‘sto grande impegno. Parto.

C’è un banner pubblicitario tra l’intestazione della pagina e l’immagine che introduce l’articolo. Nel banner, l’hosting del mio sito – di questo sito – mi ricorda i suoi servizi più innovativo: ma l’hosting del mio sito è anche quello che dieci giorni fa è andato a fuoco, nella catastrofica Strasburgo. Va bén. Poi c’è il titolo dell’articolo, e c’è un altro banner, quadrato: sempre altri server in fiamme. Ci sono due paragrafi belli lunghi, oh finalmente si legge qualcosa. La penultima frase mi parla dell’assenza in Italia di scrittori che influenzino il pensiero.

Poi c’è un banner, che mi propone un case study su cosa funziona oggi nella SEO (clicca qui).

A questo punto, il banner ha lo stesso effetto, sulla lettura, di un ceffone sulla nuca.

Poi c’è una citazione, interrotta a metà – A METÀ – da un banner che mi propone di uccidere un goblin (prova). Un altro ceffone sulla nuca, una scrollata alla sedia.

L’ultimo paragrafo dell’articolo attacca nominando Blanciardi, ma nel mio cuore c’è il goblin di Strasburgo in fiamme. Riesco comunque a leggere che ci si lamenta del fatto che il dibattito ora non è più scritto, perché scritto non viene letto (…).

Finisce l’articolo. Banner (clicca qui). Ceffone, scrollata. Firma dell’autore. Banner (clicca qui). Colpo di mazza, definitivo.

Raga, ma che modello di business del cazzo avete?

Nato alla scrittura

Sono nato alla scrittura nel 2001, nell’inquieto continente antichissimo e lateritico: l’Africa.

Stavo scrivendo con una matita grassa su dei fogli a4 sciolti. Improvvisamente qualcosa è scattato, e mi sono reso conto che potevo plasmare quello che scrivevo (quasi) come volevo, incrostandolo di cose altre rispetto al tema principale. Sono uscito dalla rivelazione solo perché una catastrofica tempesta di sabbia ha avvolto Ouagadougou: non ero stato abbastanza attento da presentirla, non avevo chiuso porta e finestre in tempo, era ormai troppo tardi e la sabbia già stava entrando per ogni apertura, accumulandosi in angoli impensabili, mentre io rovinavo a terra nel tentativo di chiuderle, porta e finestre, per colpa delle gambe informicolate.

Da quel momento, ho scritto quotidianamente. Ho tenuto un blog – buffa persona z – per quasi dieci anni. Font piccoli, nessuna immagine, nessun link: nessuna concessione alla distrazione del lettore. Erano altri tempi, per i blogger, potevamo rinunziare a dinamiche di posizionamenti e socialità digitale. La chiusura della piattaforma ha eliminato ogni possibilità (per il grande pubblico) di tornare a curiosare il Davide di quegli anni.

Per colpa di un improvviso amore per l’oreficeria, e per stare dietro ai passi necessari per crearmi un lavoro fatto di parole, ho lasciato in disparte la scrittura – direbbero – creativa. Per lavoro, scrivo i romanzi degli altri. Oppure fornisco testi e articoli alle aziende.

Mi dicevo: la scrittura (creativa) viene inficiata dalla scrittura per lavoro. Lasciamo perdere.

Beh, lasciatelo dire: è una stronzata. Se anche scrivi per lavoro, la scrittura creativa è un recinto nel quale animali impazienti altro non aspettano che essere scatenati fuori, nel loro ambiente, liberi.

Come quei video dove aprono container, e un bisonte o un leone o un ungulato o un orso, ormai metabolizzate le ultime tracce di sonnifero, letteralmente esplode fuori, tira culate verso l’alto perché non è abituato a correre libero ma la foga di scappare via è incontenibile, scavalca cespugli e roccette, scarta sulla destra e col cazzo che lo vedi più, poi.

Solo alle volte non trovi la chiave del lucchetto di questo recinto. Capita.

Ho aperto Incudine perché mi serviva un posto nel quale scrivere di collegamenti impossibili tra cose lontanissime. Di emozioni ruvide e sottili, di ambiente, di montagna.

Ho autopubblicato il mio primo romanzo a fine gennaio 2021. È una guida che si legge come un romanzo sulla Traversata a Piedi dell’Islanda che ho fatto nel 2010. Nel blog Bagaglio Leggero puoi leggere la storia del ibro e alcuni estratti, ma se non resisti dalla voglia di leggerlo, trovi Attraverso su Amazon.

 

Ho aggettivi e avverbi in grande quantità, e non ho paura di usarli.