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Incudine Home 2021-03-21T16:37:20+01:00

Nuova collaborazione: Quinta di Copertina

Nel numero di aprile, una specie di recensione doppia – un salto carpiato di 100-e-poco più anni per connettere Mario Rigoni Stern (Storia di Tönle) e Shoshana Zuboff (Il Capitalismo della sorveglianza).

Cosa c’entrano i due? Niente, se non che in entrambi scorre forte la corrente del non-rompetemi-i-coglioni.

La recensione di intitola Come evolvono le cose che ti entrano in casa a forza, e si può leggere a pagina 52 qui.

PS Tutta la rivista, che è la costola letteraria di Senza Filtro, merita.

Aprile 6th, 2022|Categories: Collaborazioni|Tags: , |

Contro chi decide per te

Verso la fine dello scorso dicembre, diverse persone hanno sentito il bisogno di farmi sapere quanto di cosa hanno ascoltato nel corso dell’anno che stava per finire. Questa esternazione, già in voga da un po’, poteva essere ora fatta con il 100% in più di interpretazione emozionale.

La colpa era ancora una volta di Spotify, dannazione, con la sua aura musicale di fine anno e la pubblicità insistita e decibellosa alla quale i moderni esploratori della musica (?) fanno spallucce e dicono eh beh, è un po’ una rompitura sì.

0 – Apertura

C’è qualcosa di relazionale quando scelgo le escursioni in montagna. Prendo la carta topografica, la apro, ci giro lo sguardo sopra. Scendo nelle valli, risalgo verso le testate di quelle più isolate, leggo i nomi.

Nomi che hanno sapori e prospettive. Certe forme del tratteggio del cartografo invece portano seduzione e malìa. Certe tracce, che si staccano dai sentieri ufficiali e si perdono mentre tagliano versanti strani, non ti dico. Io, la carta e il disegno geografico ci scambiamo la scelta.

Solo a questo punto cerco qualche elemento descrittivo. Mentre leggo relazioni e seguo flussi di commenti, spero che la meta sia alla mia portata. Mi infilo nei forum – spesso i resoconti sono antiquati, meglio interpolarli con qualcosa di più recente.

Alle volte, non c’è.

Poi sono nella neve fresca, le ciaspole affondano, l’aria è un cristallo perfetto, un fluido affilato. I rami degli abeti sono batuffoli di neve, il cielo è plumbeo, i resti di una casermetta della guerra sembrano fatti di spugna. Sfilo la carta dal tascone dei pantaloni, tento di capirmi. Ho avuto quello che ho cercato.

1 – I limiti dell’intenzione

Chiacchiero con Silvia. Speculiamo su come Spotify avrebbe potuto classificare i miei ascolti.

Data la predominanza schiacciante tra le mie preferenze di musica fracassona, l’algoritmo probabilmente mi avrebbe appioppato un’aura tipo “aggressione depressione”. Facendo così – allo stesso modo in cui lo farebbero quei poveri di spirito per cui se giochi ai videogiochi violenti sei giocoforza un violento – avrebbe perso la quantità strabiliante di nuance che formano il mio modo di vivere la musica.

Non solo: si sarebbero persi anche gli intenti diversi.

La musica è un’esperienza assolutamente personale, capace di toccare corde emotive che eccetera. Per tentare di capire cosa succede quando lo spostamento dell’aria ordito dalle esperienze che i musicisti riescono a infilare nei loro strumenti e poi, distillate, a spremerle fuori – quando questo spostamento d’aria passa attraverso la ghiandola della musica, e questa ghiandola scatena nel cervello dopo le sue raffinate elaborazioni quello che scatena, il tutto è talmente incomprensibile da avvicinarsi al Mistero della Vita: da esserne una delle miriadi di emanazioni. Perché allora, per avvicinarci al Mistero Stesso della Vita, non ci diamo dentro di algoritmo?

Lui le sa, le cose: fidati. Lascialo semplificare, triturare, riassumere. Statistica di durata, classifichette, due sostantivi, et voilà: il Mistero della Vita è servito.

Come avrebbe potuto quindi l’algoritmo coniugare la predominanza nel mio lettore mp3 di brani Brutal Technical Melodic Thrash/Death Metal con influenze Black e Neoclassiche, con quelli che scherzosamente chiamo i miei guilty pleasure musicali? Come far rientrare nei due sostantivi questa parte del mio credo musicale: “io sono death metal, ma uno dei pezzi più importanti di sempre è Just Another Story di Jamiroquai, punto?”

Come potrebbe capire Spotify che il momento per me più musicalmente denso di questi mesi sia avvenuto ascoltando Watermelon in a Eastern Hay: metaforicamente un accecante lento salvifico primordiale spiraglio di luce nel fitto della giungla popolata di omacci minacciosi in maglietta nera e jeans attillati che berciano di alieni interdimensionali e corpi chirurgicamente straziati nella quale quotidianamente mi muovo (con le orecchie)?

“Scusami allora: la tua aura musicale è bipolarismo violenza. Se credi di aver bisogno di aiuto”, segue il quel netto bussare alla porta, FBI open up.

2 – 16 anni

A sedici anni, mio cugino mi regala un libricino dalla copertina blu. È Finzioni, di Borges. Me lo regala principalmente per il racconto La biblioteca di Babele: uomini con un che di monastico che vagano all’interno delle infinite sale esagonali di una biblioteca universale, alla ricerca impossibile del libro contenente la Verità.

Il racconto è mandatorio, non si scappa.

Per il Davide che fino a quel momento ha letto soltanto tutto Lovecraft e molto Stephen King, inizia una fruttifera, vitale, bellissima attività di Collegamento.

Ma la cosa importante è un’altra. C’è stato un momento – qualche eterno minuto prima che tutto diventasse agevole, proposto, servito, e troppo – che La Ricerca di Cose Interessanti avveniva in notti strane di una strana febbre, seguendo improbabili percorsi lungo i quali, come i monastici di Borges, si aprivano libri presi da mensole ingolfate (indirizzi web, discografie, video) sperando di trovarci Qualcosa di Notevole e Importante.

Spesso lo si trovava.

Alle volte, il Qualcosa di Notevole e Importante sfuggiva, e aprivamo un libro (web, discografia, video) che risultava illeggibile. Strana notte, di strana febbre.

La cosa illeggibile sarebbe diventata pane quotidiano anni dopo.

3 – Il rischio di dire no, non ora

Poso l’occhio su uno scritto che mi spiega come uno dei parametri con i quali Spotify decide se includere un nuovo suggerimento tra le cose che ti piacciono, sia l’uso dello skip.

La motivazione: se lo salti, non ti interessa.

Significa che l’algoritmo potrebbe elidere Painkiller dei Judas Priest dalla mia playlist solo perché in quel momento, con quella predisposizione d’animo, dopo un certo micro avvenimento quotidiano, sotto un certo allineamento degli astri e con la kirkegaardiana fastidiosissima (ma momentanea) pagliuzza nell’occhio da risolvere, non ho voglia di introduzioni di doppia cassa a tappeto.

Rettifica: non ho voglia della più bella e iconica introduzione eccetera di sempre.

La salto uguale non mi interesserà mai più. Bón.

4 – Alcuni contenuti sono più contenuti di altri

Ho anche notato che si sta mettendo pericolosamente sullo stesso piano la fruizione di [non uso il termine “cose d’arte”] con il consumo di contenutini mangiatempo. Lo leggevo a riguardo di un certo social, ma comunque.

Se vuoi, è il passaggio tra l’ascoltare un album intero perché lo metti tu sulla piastra del giradischi VS sentire un singolo in versione radio edit perché la radio te lo sta passando.

Attivo contro passivo. L’homo faber del suo destino contro le mie amate metaforiche oche del foie gras.

Sono sempre stato un democratico, da questo punto di vista. Adoro il concetto per cui nella Wikipedia – e nell’internet buono e non filtrato in genere – una pagina su Napoleone e una su un qualche fatto misconosciuto della Prima Guerra Mondiale hanno lo stesso peso della biografia di una pornostar, dell’elenco delle puntate di un anime scalcinato, della pagina su una sostanza psichedelica.

Ehi ehi: mi riferisco alle informazioni, non alle opinioni.

La cosa bella è la piega inaspettata delle cose.

Internet: Tette.

Ma io stavo leggendo del gas mostarda.

Internet: Tette lo stesso.

5 – La via di Damasco

Ho principi ferrei, formazione, consapevolezza. Ma anche mi faccio affascinare (abbindolare) dai dettagli.

Giovinetto, mi muovevo nel rassicurante Giardino dell’Eden dell’Heavy Metal: boccoli dorati, una maglietta di The number of the beast a coprirmi le pudenda, ascoltavo gli Iron Maiden, ero felice. Ad un certo punto sono uscito dal recinto, occhi curiosi, Piccolo Pippo Cucciolo Eroico con occhi meravigliati in attesa di vedere cosa potesse esserci fuori. Chissà cosa ci avrei trovato.

Ci ho trovato, sui banchi di un negozio di dischi, la copertina di Low dei Testament. Comprato, infilato nel lettore, preso paura. Anni dopo, è la quotidianità di quando voglio qualcosa di aggressivamente morbido.

Poi sto camminando tra le aule della facoltà di Lettere, King e Lovecraft a farmi da posse letteraria, Borges giusto discosto. Incontro sulle ampie distese del piano di studi l’esame di Letteratura Italiana da non frequentante, parto non so perché da Poliziano – il king di un certo modo di fare collegamenti – BOOM: si apre un mondo.

Ecco: si apre un mondo.

Il fatto è che la realtà non è una, né tantomeno è la nostra. Le realtà sono mondi che aspettano di essere scoperti, saggiati, esplorati. È rassicurante, che esistano mondi così tanti e così diversi tra loro.

La cosa bella? Che le cartografie già redatte dagli esploratori che sono venuti prima di te non valgono. Hai da aprire piste, classificare piante, bivaccare nella wilderness e prendere appunti nel quadernetto prima che un sonno inquieto per i mille pericoli che si agitano oltre il flebile cerchio di luce del fuoco si impossessi di te.

6 – Seguono massime e rivelazioni.

A – Benvenuto nella comfort zone, ma hai dimenticato le chiavi

Sono anni che tutti carteggiamo le palle con il concetto di comfort zone. Parlare dell’uscirne piace davvero a tutti, è irrinunciabile. Poi, tutti – anche gli insospettabili – cosa fanno? Godono degli algoritmi che ti propongono cose che ti potrebbero piacere anche.

Quando scelgono un film. Una serie tv. Un disco. Una singola canzone. Un libro. Un articolo di viaggio. Un’opera d’arte da comprare dal sito di un gallerista d’arte. Ti potrebbero piacere anche. Il match.

Tu che vuoi scrivere e-e-basta, il T9 che decide che volevi scrivere e-accentata, tu che passi oltre. Fare spallucce.

Siate dannati tutti voi, inventori di algoritmi.

Ogni volta che abdichi alla possibilità di incappare in qualcosa di diametralmente opposto a quello che stai facendo/ascoltando/vedendo/leggendo/camminando, ti stai fregando da solo.

Ed è una fregaturissima.

B – (in realtà le chiavi le hai lasciate fuori non volendo, ma volendolo)

Te lo consiglio con tutto il cuore. Lanciati davvero fuori dalla tua comfort zone, ma non fare l’errore di pensare che “uscire dalla comfort zone” sia sinonimo esclusivamente di “mi regalo un lancio con il parapendio”.

Se vuoi uscire dalla comfort zone, non te la cavi con una iniezione di adrenalina meramente fisica. Il grosso delle comfort zone ha a che fare con le altre magie che il tuo cervello può fare per te.

Ha a che fare a fine giornata con lo stare dentro il sacco a pelo, sotto le stelle, a due passi da quel rassicurante fuoco da campo.

C – Inguàiati

Inguaiati. Con una rete di sicurezza, ma inguaiati. Che vuol dire fare cose che si trovano giusto al di qua della legalità. Ma anche inguaiati con te stesso. Non avere paura di spaventarti perché un libro scava troppo a fondo e non ne sei abituato. Non avere paura di spaventarti perché la scorciatoia è sì più corta, ma mi hanno detto che tira dannatamente in salita. Non avere paura di spaventarti perché dopo una vita di radio-friendliness e cagate mezzo-latine, ti trovi d’improvviso George Corpsegrinder Fisher a urlarti nelle orecchie il ritornello di Hammer Smashed Face.

Choose life, sempre sia lodato Irvine Welsh. Choose life, e non le cose smorza-cervello e schiaccia spirito da fare dal divano.

D – Il Segreto del Saggio

Il Segreto del Saggio è che per il 99.5% quelli che definisci “contenuti” non lo sono nemmeno, “contenuti”.

E – Esplora

Non sei poco allenato, non sei cagionevole, non soffri il freddo, non ti spaventano la chitarra distorta, non hai paura della gente che urla (nelle canzoni) né dei tempi dispari, non hai paura di stare da solo, non temi la noia, non è vero che non sapresti fare traccia, riconoscere le piante, accendere il fuoco, dormire nel sacco a pelo.

È solo che hai smesso di esplorare.

Aprile 1st, 2022|Categories: Pezzi|Tags: |

Racconto: tracce non risolte [LINK]

Di ore ce ne mette sette. Ad un certo punto si era infilato in un’apertura nel bosco con l’idea di tagliare un lungo dosso e sbucare direttamente sui prati, milletrecento metri più in su. Il suono del torrente si era assottigliato alle sue spalle fino a sparire. Si era perso, affondando fino a metà polpaccio nel mare di foglie secche. Era scesa la sera, poi il buio. Aveva camminato in fretta, convinto di essere inseguito da un mondo animale feroce e predatorio, tenuto a distanza soltanto dal timido cerchio di luce della frontale, bagliore fin troppo coraggioso per la sua intensità. In realtà – lo sapeva benissimo – i bramiti non avevano alcun interesse in lui.

Il breve racconto dal quale è tratto questo pezzo racconta emozioni legate ai passi, alla libertà di decidere con la carta topografica davanti, alla montagna, alla solitudine.

Al cercare il proprio posto (forse).

È stato scritto per il Blogger Contest 2021 della rivista online Altitudini. Il racconto può essere letto anche su Bagaglio Leggero.

Gennaio 31st, 2022|Categories: Collaborazioni|Tags: |

Freelance: dei colli di bottiglia e della gestione delle attività

Se hai una partita iva e sei un freelance della comunicazione, sai che ad un certo punto, inevitabile come certe cose di ordine astronomico, arriva il Collo di Bottiglia. Lo sai razionalmente, e di sicuro ti ci sei già incastrato in passato: eppure l’informazione l’hai sepolta da un pezzo in profondità. Il collo di Bottiglia non esiste.

Con la stessa precisione delle già nominate cose spaziali, però, succede che le condizioni possano allinearsi in combinazioni del tipo una-su-un-milione-settecentomila, e attorno a te all’improvviso si raffreddi e solidifichi l’anello di vetro fuso che sarà appunto il Collo di Bottiglia. È un attimo. Il giorno prima stai placidamente commentando che ti sembra di essere scarico con il lavoro – lo dici mentre chiacchieri con la tua socia, bevendo un amarotico tè verde con il riso tostato dentro che hai comprato durante l’irrisolvibile ricerca di un sostituto del caffè – e adesso sei incastrato nel Collo di Bottiglia come uno di quei gatti ciccioni nella gattaiola di un fail video di animali domestici.

In ogni caso, il Collo di Bottiglia ne è l’immagine elegante e pulita, la poetica cristallina. Ma la vera traduzione della situazione nella quale ti trovi in termini di immagine, vita reale e conseguenze sul fisico e sulla work life balance è quella della

MONTAGNA DI ROBA DA FARE

A me è successo l’ultima volta lo scorso ottobre. Ti racconto a quali strumenti sono ricorso per uscirne.

Parte uno: il setting dell’orrore

Ottobre. Un autunno in qualche modo in ritardo. Fuori dalla finestra, un solo faggio inizia a tingersi in punta di rosso-arancio: una spia sul quadrante del foliage, un monito al cambiamento, non lo so. Il resto, comunque, è ancora verde. Da sopra, il versante orientale delle Pale mi guarda, invitante.

Il fatto è che i progetti articolati – quindi non completamente dipendenti da me – alcuni ghostwriting simultanei e la serie di lavori di entità minore ma ricorrenti su base mensile si sono a mia insaputa accumulati in un cumulo impossibile da smaltire, e sisìfeo nel funzionamento: ad attività fatta corrisponde la scoperta di altri task – mini task, micro task, più piccoli ancora task. Come gli insetti brulicanti sotto la pietra che sposti, come le teste dell’idra. Sisifo scala la to do list, ma si ritrova sempre alla sua base.

Le teste dell’Idra delle Attività possono spuntare da colli diversi:

  • Le revisioni dei clienti ai lavori appena consegnati.
  • Gli strascichi, cioè quello che c’è da fare dopo la scrittura.
  • La FOMO dei clienti.
  • La mia fallace memoria di essere umano con poco sonno e troppe idee.
  • Una delle otto o dieci piattaforme per la gestione delle attività in uso dalle agenzie con le quali collaboro – otto o dieci software diversi tra loro o, se uguali, configurati in modi machiavellicamente diversi.
  • Ogni maledetta chat.

Ad attività fatta, e relativa spunta messa nella to do list, può anche corrispondere una telefonata o una mail latrici della richiesta di un nuovo preventivo o, peggio ancora, di un vorrei conoscerti per capire se possiamo collaborare. Il fatto è che nei due mesi appena trascorsi l’Angelo della Filigrana non mi ha graziato della sua visita, e mi trovo così nel ricorrente e freelancesco dilemma morale del Non Poter Dire di No Virgola Nemmeno ai Lavori di Merda.

Non prenderlo non prenderlo non prenderlo.

E se poi non arrivassero più lavori?

Bingo.

Così, il Collo di Bottiglia è materializzato nel Cumulo di Roba da Fare che non-figurativamente blocca la strada verso altre, più alte cose: le Pale, per esempio, ma anche i progetti personali, la vita di coppia, un nutriente cazzeggio.

Bisogna intervenire. Saturo delle nozioni dei manuali di time management, delle frasi motivazionali sulla gestione del business e del mindset e della motivazione e del successo, e della guida impostami – mio malgrado, così come si nutrono le oche per il foie gras – dalla mitologia dell’imprenditore (siano maledetti), eccomi a tentare di smantellare il Cumulo di Bottiglia, ritorcendogli contro proprio le armi che la vulgata propone.

Parte due: organizzare e dare le priorità alle attività

Elenco in Asana le tipologie di lavoro: ghostwriting, siti e progetti articolati, content. Poi i clienti sotto ciascuna categoria. Sotto ad ogni cliente inserisco attività principali e scadenze. Ogni volta che assegno un’attività a me stesso – cioè, tutte – una goccia della tortura cinese mi scava la sommità del cranio. Asana mi manda una mail da qualche parte tra le quattro e le cinque di mattina: queste sono le cose in scadenza oggi. Le ignoro, e cambio app dopo cinque giorni. Provo a fare lo stesso con Trello, ma odio le sue board.

Peggio che peggio. Provo a fare delle checklist su Notion. Una mappa mentale su un’app gratuita della quale non ricordo mai il nome. Un foglio di carta, nel quale faccio elenchi e griglie. Nada, niente, niet.

Risolvo di non provare Airtable né Monday. Con il digitale non c’è quell’iniezione di dopamina ogni volta che completi un task: da questo punto di vista, un segno di penna o di pastello colorato su un foglio di carta è insostituibile.

Intanto scrivo. Edito. Bozzo (nel senso di produco bozze). Redigo contenuti, accolgo revisioni. Tento di schivare le call, i meeting, i brainstorming (siate maledetti), i sentiamoci per un aggiornamento, le telefonate conoscitive. Riduco all’osso le mail di aggiornamento. Scrivo dalle sei alle ottomila parole al giorno.

Serve una strategia più densa, qualcosa di ragionato. Serve una guida. Un vate. Un nume tutelare, un animale guida. Mi rivolgo all’altarino dal quale vegliano una statuina quasi fluorescente del dio Ganesh comprata a Pushkar e con una zampa rotta (Ganesh è il dio che presiede ai business appena aperti) e un ritratto di Tim Ferriss strappato da La settimana di 4 ore. Mi arriva una mail: è una richiesta di preventivo per contenuti su due pagine social. Sii dannato anche tu, Tim. Come previsto, si innesca la morale deteriore del Non Poter Dire di No, quel senso dei nonni del dopoguerra: mai più la fame, terremo la credenza sempre piena, le scorte in cantina, sei bottiglie di olio extravergine oltre alle due in uso. Mando il preventivo, ci sono pure un progetto ben spiegato e delle considerazioni: quattro pagine in tutto.

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Intanto faccio le mie attività, i task derivati, scrivo.

Mi viene richiesta una sistemazione del preventivo. Sistemo, rispedisco. Poi i social diventano uno, ma le pagine da seguire, due. Aggiorno e rispedisco. Poi tornano ad essere due social, due pagine ciascuno. Rimando. Poi una sistemazione del preventivo. Poi una sistemazione del preventivo. Poi una sistemazione del preventivo. Non ho sbagliato a scrivere. Viene fuori che l’azienda ha una qualche cosa della qualità, per cui c’è un questionario da compilare e una richiesta formale da controfirmare e poi – finalmente – l’invio del preventivo finale.

Tim, cazzo.

Intanto lavoro, scrivo, eccetera. I giorni passano, il chilometraggio delle parole scritte non è più quantificabile. Leggo un libro che parla di risparmio e gestione spicciola degli schei. Secondo l’autrice, ci sono due modi per smaltire i debiti: il metodo palla di neve – saldare prima i debiti più piccoli, man mano andando in crescendo – e il metodo valanga – aggredire prima i debiti più corposi. Provo ad applicare il primo al Collo di Bottiglia, in un giorno abbatto decine di mini task, ma a fine giornata realizzo che avrei fatto meglio a fare anche un po’ delle cose grosse. Poco male, mi dico, domani provo con il metodo valanga. Ma l’indomani ho decine di mini task (ancora?), questa volta però con deadline stringenti.

Una notte, mi appare in sogno un articolo che parla della gestione delle priorità secondo Warren Buffett. Nella foto che correda l’articolo c’è l’ottimo Warren nel suo studio, scrivania lucida, poltroncina in pelle nera, cravatta indefinibile – a metà tra vinaccia e salmone – che spiega – no: che mi caldeggia di elencare i miei venticinque obiettivi, che io intendo come le mie venticinque cose da fare. Gli dico ok, elenco. Poi mi dice di scegliere i cinque obiettivi più pressanti. Oki doki, Warren, fatto. Pupille che si stringono in focus – quando Warren stringe le pupille, il cash presente nel raggio di dodici metri si moltiplica, cristologicamente – uno sbuffo di sigaro tra noi, gli occhi che bruciano impercettibilmente: adesso, mio giovane scrittore fantasma, ti concentri a chiudere quei cinque obiettivi, senza assolutamente dare attenzione agli altri.

Ho capito. Smazzo quei cinque.

E gli altri?

Nada. Niente. Niet.

Ottimo. Solo quando avrai esaurito le cinque priorità, potrai passare alle cinque successive.

Apro gli occhi. I clienti. Warren. Tim. Ganesh. Animali guida come piovesse.

Nessuna mail da Asana.

Con un puntino di superattack sistemo la zampa ferita del dio indiano super rosa e proboscidato: il business si rifonda. Apro Excel ed elenco i 25 task fondamentali, fatti i quali non sarò più nel Collo di Bottiglia.

Ne elenco 54.

Warren, figa [mil.].

Ne scelgo comunque cinque. Scrivo, lavoro, scrivo. Chiudo il Dipartimento dei Preventivi e dei Volevo Sapere Come Funziona Lavorare con Te. Dopo i primi due giorni, adatto il metodo di Warren: i cinque task sono prioritari su base giornaliera: ogni giorno ne eseguirò uno di grande taglia (4 ore ininterrotte), due medi (max 2 ore l’uno), due robette. Giorno dopo giorno, l’elenco principale dei task scende: in una sola ora tocca i 48, poi i 46, poi i 58.

Cinquantotto.

Stiamo camminando lungo una stretta traccia tagliata lungo il versante erboso che dà sulla Busa. I larici sono d’oro: non è una metafora, una melensaggine: sono d’oro davvero. La luce fende l’aria, rende i denti delle montagne ancora più netti. Racconto alla mia socia la visione di Warren. Mentre gliela snocciolo, i miei task warreniani superano la soglia dei 60. Meglio concentrarsi sul resto dell’escursione.

Il giorno dopo, in un eccesso di zelo gestionale e prioritizzante, decido di granulare le attività. Penso ai fiotti di dopamina ad ogni spunta messa: più spunte, più dopamina. Spezzo ogni task in task più piccoli, polverizzo ogni attività, le scindo in atomi primordiali. La sabbia delle attività finisce lungo il battiscopa, sotto ai mobili.

Se fossi Borges, scriverei che la scrittura di una sola parola diventa essa stessa un task.

Parte tre: la soluzione

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E niente, la lezione è che ci sono dei momenti in cui devi lavorare, punto. La tua app per la gestione dei task è IL BADILE, e lavorare vuol dire proprio lavorare. Lavorare, smazzare, fare, aggredire, testa-bassare. Non ci sono piattaforme di gestione delle attività, prioritizzazione, tecniche di time management, santi né madonne: devi rimboccarti le proverbiali maniche, impugnare il proverbiale badile, infilarti la ancora più proverbiale molletta sul naso, e darci dentro di braccia.

Di braccia.

Mentre lo fa, avrai tutto intorno gli imprenditori e gli enterpreneur e i life coach (sai cosa ci va in questa parentesi) e i guru del mindset e gli startupper e Warren e Tim che come degli umarelli qualunque ti diranno ma devi organizzarti così, devi fare le priorità colà, guarda me che mi sveglio alle 4 e mi alleno poi medito poi scrivo perché sono grato alle cose poi guardo il cash flow poi leggo i quotidiani poi perché sono organizzato me la cavo con trentaquattro minuti di lavoro.

Ciao, guys, ciao. Io sbadilo, e ci vediamo di là quando ho finito.

Devi fare, fare, fare. In ordine sparso, con foga, a caso, come viene, purché una badilata dopo l’altra le cose del cumulo svolino via. Devi lasciarti guidare non dall’ottimo Warren, ma da quel detto che il mio relatore mi brandiva contro ogni volta, riuscendo prontamente a frustrarmi: l’ottimo è nemico del buono.

E vedrai che il Cumulo si abbasserà, libererai un passaggio attraverso di esso, la vita riprenderà a fluire. Uscirai dal Collo di Bottiglia e avrai imparato delle cose nel frattempo.

Niente mail da Asana, né da chiunque altro.

Beh, quasi.

Gennaio 31st, 2022|Categories: Pezzi|Tags: , |

Se non sei tu a sabotarti, comunque lo faranno gli altri

Una volta – ai tempi del giànnominato blog – ci telefonavamo a ore strane della notte, noi blogger, e ci correggevamo errori, ci consigliavamo letture e visioni, ci aiutavamo a trascorrere i momenti culminanti delle sbronze; e soprattutto ci dicevamo che forse era il caso di smettere di guardare al nostro ombelico – di farne disamina, di raccontarlo da ogni prospettiva, di specularne con dovizia massimalista di particolari – e di cominciare a guardare invece fuori delle finestre delle nostre camerette, il mondo fuori così interessante e di certo molto più importante, eccetera. Questo, l’orizzonte del lavoro e il blocco della scrittura per gli anche-quelli-giànnominati motivi han fatto sì che la sola idea di scrivere per me mi tornasse pesante, difficile, complessa.

A ondate, il desiderio e la necessità di scrivere, comunque tornano: tornano sempre: il desiderio di scrivere libero, senza pastoie, senza vincoli, nessun cliente o rapporto di buon vicinato al quale rendere conto, qualche parolaccia invece in più, e la catena omnidirezionale di collegamenti a stendersi libera in qualunque direzione io voglia.

Alla fine, decido: mi ci vuole un blog.

È una decisione a modo suo sofferta.

Ci vogliono mesi, a giungere ad una certezza, comunque. E poi c’è da capire dove metterlo, ‘sto blog.

Opto per un sottodominio del mio sito professionale. Quindi tento di far muovere velocemente il processo di apertura, perché il desiderio di scrivere pubblicamente ancora una volta non sia azzoppato dalla noia delle questioni tecniche. Anzi diventa proprio una foia, da portare a termine quanto prima.

Così è velocissimo, almeno nelle mie intenzioni:

Apro il sottodominio al mio sito. Lancio la procedura di installazione one-click di WordPress gentilmente offerta dal mio hosting. La guardo non farsi. La rifaccio. Non succede niente. Passa un giorno. Apro un ticket all’assistenza. Aspetto. Non mi arriva la mail di apertura del ticket: figuriamoci quella di soluzione proposta. Guardo in giro per come arrangiarmi, ma non ho voglia. Consulto un amico sviluppatore, passiamo due ore un sabato pomeriggio a fare installazioni e upload, ma c’è qualcosa che non va, e WordPress non si installa dove dovrebbe, un messaggio mi dice qui non c’è nulla. Riprovo la procedura one-click, ora la segna tra le operazioni programmate. Qualche ora dopo è sparita: magari l’ha installato: no. Altro ticket. Mi arriva una risposta: ma c’è già, wordpress sul tuo hosting! Guardo: sì, hanno ragione, ma no, non ce l’hanno: è sul dominio principale, non sul sottodominio. Il sottodominio resta vuoto, desolante. Riprovo la procedura one-click. Poi vedo una notizia, e cioè che

QUESTO È IL MIO HOSTING.

Un pezzo di internet è andato a fuoco, letteralmente - Wired

Se avevano altri impegni, potevano dirlo.

Aprile 18th, 2021|Categories: Sulla scrittura|

Colpi di mazza mentre leggi

Mi propongono di leggere l’editoriale di una nuova rivista online. L’argomento è anche interessante: gli scrittori non si impegnano più. Perfetto. Così mi metto metaforicamente la tuta più comoda, soffondo la luce, abbasso il pentolame sbattuto della musica che sto ascoltando, metto su una caffettiera – meno metaforica, questa – così ch’io possa poi accoccolarmi sulla sedia, tazzona fumante in mano, e mettermi nella giusta disposizione d’animo. Che per me è una sfera concentrata, un respiro profondo, trattengo: leggo.

Che poi sono settecento parole, non è che sia richiesto ‘sto grande impegno. Parto.

C’è un banner pubblicitario tra l’intestazione della pagina e l’immagine che introduce l’articolo. Nel banner, l’hosting del mio sito – di questo sito – mi ricorda i suoi servizi più innovativo: ma l’hosting del mio sito è anche quello che dieci giorni fa è andato a fuoco, nella catastrofica Strasburgo. Va bén. Poi c’è il titolo dell’articolo, e c’è un altro banner, quadrato: sempre altri server in fiamme. Ci sono due paragrafi belli lunghi, oh finalmente si legge qualcosa. La penultima frase mi parla dell’assenza in Italia di scrittori che influenzino il pensiero.

Poi c’è un banner, che mi propone un case study su cosa funziona oggi nella SEO (clicca qui).

A questo punto, il banner ha lo stesso effetto, sulla lettura, di un ceffone sulla nuca.

Poi c’è una citazione, interrotta a metà – A METÀ – da un banner che mi propone di uccidere un goblin (prova). Un altro ceffone sulla nuca, una scrollata alla sedia.

L’ultimo paragrafo dell’articolo attacca nominando Blanciardi, ma nel mio cuore c’è il goblin di Strasburgo in fiamme. Riesco comunque a leggere che ci si lamenta del fatto che il dibattito ora non è più scritto, perché scritto non viene letto (…).

Finisce l’articolo. Banner (clicca qui). Ceffone, scrollata. Firma dell’autore. Banner (clicca qui). Colpo di mazza, definitivo.

Raga, ma che modello di business del cazzo avete?

Marzo 21st, 2021|Categories: Commento al web|

Nato alla scrittura

Sono nato alla scrittura nel 2001, nell’inquieto continente antichissimo e lateritico: l’Africa.

Stavo scrivendo con una matita grassa su dei fogli a4 sciolti. Improvvisamente qualcosa è scattato, e mi sono reso conto che potevo plasmare quello che scrivevo (quasi) come volevo, incrostandolo di cose altre rispetto al tema principale. Sono uscito dalla rivelazione solo perché una catastrofica tempesta di sabbia ha avvolto Ouagadougou: non ero stato abbastanza attento da presentirla, non avevo chiuso porta e finestre in tempo, era ormai troppo tardi e la sabbia già stava entrando per ogni apertura, accumulandosi in angoli impensabili, mentre io rovinavo a terra nel tentativo di chiuderle, porta e finestre, per colpa delle gambe informicolate.

Da quel momento, ho scritto quotidianamente. Ho tenuto un blog – buffa persona z – per quasi dieci anni. Font piccoli, nessuna immagine, nessun link: nessuna concessione alla distrazione del lettore. Erano altri tempi, per i blogger, potevamo rinunziare a dinamiche di posizionamenti e socialità digitale. La chiusura della piattaforma ha eliminato ogni possibilità (per il grande pubblico) di tornare a curiosare il Davide di quegli anni.

Per colpa di un improvviso amore per l’oreficeria, e per stare dietro ai passi necessari per crearmi un lavoro fatto di parole, ho lasciato in disparte la scrittura – direbbero – creativa. Per lavoro, scrivo i romanzi degli altri. Oppure fornisco testi e articoli alle aziende.

Mi dicevo: la scrittura (creativa) viene inficiata dalla scrittura per lavoro. Lasciamo perdere.

Beh, lasciatelo dire: è una stronzata. Se anche scrivi per lavoro, la scrittura creativa è un recinto nel quale animali impazienti altro non aspettano che essere scatenati fuori, nel loro ambiente, liberi.

Come quei video dove aprono container, e un bisonte o un leone o un ungulato o un orso, ormai metabolizzate le ultime tracce di sonnifero, letteralmente esplode fuori, tira culate verso l’alto perché non è abituato a correre libero ma la foga di scappare via è incontenibile, scavalca cespugli e roccette, scarta sulla destra e col cazzo che lo vedi più, poi.

Solo alle volte non trovi la chiave del lucchetto di questo recinto. Capita.

Ho aperto Incudine perché mi serviva un posto nel quale scrivere di collegamenti impossibili tra cose lontanissime. Di emozioni ruvide e sottili, di ambiente, di montagna.

Ho autopubblicato il mio primo romanzo a fine gennaio 2021. È una guida che si legge come un romanzo sulla Traversata a Piedi dell’Islanda che ho fatto nel 2010. Nel blog Bagaglio Leggero puoi leggere la storia del ibro e alcuni estratti, ma se non resisti dalla voglia di leggerlo, trovi Attraverso su Amazon.

 

Ho aggettivi e avverbi in grande quantità, e non ho paura di usarli.

Marzo 16th, 2021|Categories: Intro, Sulla scrittura|